
Uno scontro traumatico fra ceti sociali diversi, un contrasto insanabile fra culture, mentalità e modi di affrontare l’esistenza troppo eterogenei per armonizzarsi. Da una parte le sensibili sorelle Schlegel, appartenenti alla media borghesia colta e progressista; dall’altra parte gli altoborghesi Wilcox, amanti dello sport, cinici, materialisti, diffidenti nei confronti della cultura e conservatori. Due mondi che si attraggono irresistibilmente proprio perché diversi, ma che tuttavia, nonostante la buona volontà, non possono fondersi. E in mezzo i Bast, poveri e destinati a sprofondare sempre più in basso.
Fra il gretto e superficiale conformismo dei Wilcox e l’ambiguità delle Schlegel, si consuma una vicenda eterna che mette in luce problematiche sempre attuali: l’impossibilità di una reale comunicazione fra mondi diversi e l’estrema fragilità dei rapporti interpersonali. Un libro profondo che si presta a numerosi piani di lettura: questo è Casa Howard di Edward Morgan Forster.
Ed ecco un brano tratto dalle prime pagine dell’opera.
La stazione di Howards End era Hilton, uno di quei grossi villaggi che punteggiano la Strada per il Nord e devono le loro dimensioni ai giorni del traffico delle diligenze o prima ancora. Vicino a Londra, Hilton non era stato coinvolto nel decadimento rurale, e la sua lunga High Street aveva visto sbocciare a destra e a sinistra vasti complessi residenziali. Per circa un miglio, davanti agli occhi distratti della signora Munt, passò una serie di case dai tetti di tegole o di ardesia, una serie interrotta a un certo punto da sei tumuli danesi, che si ergevano, l’uno accanto all’altro, lungo lo stradone: tombe di soldati. Al di là di questi tumuli si infittivano le abitazioni, e il treno andò a fermarsi in mezzo a un groviglio che era quasi una città.

0 Risposte a “Casa Howard”