Archivio per la categoria 'lettere'

Una lettera di Charlotte Bronte

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Emily Bronte muore il 19 dicembre del 1848. Il 23, sua sorella Charlotte scrive queste parole a Ellen Nussey:
“Mia cara Ellen, Emily non soffre più d’alcun dolore o debolezza, ora. Non soffrirà mai più su questa terra. Se n’è andata dopo la sua lotta breve e dura. E’ spirata martedì, proprio il giorno in cui ti ho scritto. Pensavo fosse possibile averla con noi ancora per settimane e, poche ore dopo, aveva già raggiunto l’eternità.
Sì, non c’è più Emily in questo tempo, né in questo mondo. Da ieri le sue povere, consumate spoglie mortali sono quietamente raccolte sotto il selciato della chiesa. Al momento siamo molto calmi. Perché non dovremmo esserlo? L’angoscia di vederla soffrire è finita. Lo spettacolo dei suoi dolori atroci non c’è più. Il giorno del funerale è passato. Sentiamo che lei è in pace.
Non c’è più bisogno, ora, di tremare per il gelo o il vento tagliente. Emily non li sentirà. E’ morta nel pieno delle sue promesse. L’abbiamo vista strappata alla vita nella sua verde stagione. Ma è la volontà di Dio e il luogo dov’ella è adesso è meglio di quanto ha lasciato”.
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(la foto di Charlotte Bronte è tratta dal sito http://www.poetseers.org/the_great_poets/female_poets/charlotte_bronte/


Di Romina

PETALI DI ROSE

Poesie, brani, sintesi e frammenti: piccole suggestioni letterarie per gli appassionati.

Trascorrono i giorni

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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (di Robert L. Stevenson)

Era una notte bella e senza pioggia, l'aria sapeva di gelo, le strade erano pulite come il pavimento di una sala da ballo; le lampade che nessun vento faceva ondeggiare formavano sul selciato un disegno regolare di luci e di ombre.

La lupa (di Giovanni Verga)

Al villaggio la chiamavano "La lupa" perché non era sazia giammai - di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell'andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figlioli e i loro mariti in un batter d'occhio, con la sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonna solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all'altare di Santa Agrippina.

Jane Eyre (di Charlotte Brontë)

Mi trovavo a un miglio da Thornfield, lungo un sentiero conosciuto, d'estate, per le sue rose canine, in autunno per le nocciuole e le more; anche adesso spiccavano le bacche delle rose e del biancospino, color del corallo, ma il maggior piacere durante l'inverno consisteva nella sua assoluta solitudine e nella sua spoglia tranquillità. Se spirava un alito di vento, lì non si udiva alcun fruscìo perché non c'erano agrifogli né sempreverdi, e i nudi biancospini e i cespugli di nocciuoli erano fermi come i ciottoli bianchi e consumati che si ammucchiavano in mezzo al sentiero.