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Passaggio in India

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Mrs. Moore e Miss Adela Quested partono dall’Inghilterra per recarsi a Chandrapore, in India. Diverse dalla media dei loro connazionali, che evitano rapporti alla pari con gli indiani e vivono chiusi nei loro circoli, le due donne si comportano affabilmente con tutti e stringono amicizia con un giovane e colto vedovo del posto, il dottor Aziz.
Un giorno, Aziz le invita a visitare le grotte Marabar, organizzando una spedizione con un pic-nic. Ma qui avviene un fatto strano: il dottore e Adela si allontanano per andare da soli a visitare le grotte e a un certo punto Adela, sconvolta, fugge e accusa Aziz di averla assalita.
Il dottore, che si proclama innocente, viene messo in prigione e in seguito, in un crescendo di odio fra indiani e inglesi, inizia il processo. Ma al momento di testimoniare, Adela ritira l’accusa.

In Passaggio in India, Edward Morgan Forster mette in scena lo scontro fra due civiltà diverse e inconciliabili: quella inglese, dominata dalla fiducia nella razionalità, nella legge e nell’ordine, e quella indiana, ingenua e sentimentale. La sintesi fra le due è impossibile.
Quest’impossibilità è adeguatamente rappresentata, ad esempio, dall’amicizia che nasce fra Mr. Fielding, insegnante inglese aperto e tollerante, e il dottor Aziz. Entrambi intelligenti e leali, in seguito allo sfortunato incidente avvenuto alle grotte Marabar scoprono di non poter legare a causa dell’inevitabile differenza di mentalità: cultura e spiritualità tanto diverse generano equivoci che segnano la fine della loro amicizia.
Il messaggio dell’opera è chiaro: impegno, buona volontà e buone qualità non sono sufficienti a creare una reale intimità fra gli uomini, perché le fratture create dall’appartenenza a mondi tanto diversi sono insanabili.

Considerato il capolavoro di Forster, Passaggio in India è un bel romanzo che stimola a riflettere sugli ostacoli creati dalle differenze culturali, sulla mediocrità e il conformismo a cui sempre si abbandonano i più e, in termini
generali, sulla difficoltà di comunicazione in tutti i tipi di rapporti interpersonali, nei quali esiste sempre una zona d’ombra che impedisce una reale intimità.
Realismo, disincanto e approfondimento psicologico rendono quest’opera di Forster affascinante e sempre attuale.

Casa Howard

casa howard
Uno scontro traumatico fra ceti sociali diversi, un contrasto insanabile fra culture, mentalità e modi di affrontare l’esistenza troppo eterogenei per armonizzarsi. Da una parte le sensibili sorelle Schlegel, appartenenti alla media borghesia colta e progressista; dall’altra parte gli altoborghesi Wilcox, amanti dello sport, cinici, materialisti, diffidenti nei confronti della cultura e conservatori. Due mondi che si attraggono irresistibilmente proprio perché diversi, ma che tuttavia, nonostante la buona volontà, non possono fondersi. E in mezzo i Bast, poveri e destinati a sprofondare sempre più in basso.

Fra il gretto e superficiale conformismo dei Wilcox e l’ambiguità delle Schlegel, si consuma una vicenda eterna che mette in luce problematiche sempre attuali: l’impossibilità di una reale comunicazione fra mondi diversi e l’estrema fragilità dei rapporti interpersonali. Un libro profondo che si presta a numerosi piani di lettura: questo è Casa Howard di Edward Morgan Forster.

Ed ecco un brano tratto dalle prime pagine dell’opera.

La stazione di Howards End era Hilton, uno di quei grossi villaggi che punteggiano la Strada per il Nord e devono le loro dimensioni ai giorni del traffico delle diligenze o prima ancora. Vicino a Londra, Hilton non era stato coinvolto nel decadimento rurale, e la sua lunga High Street aveva visto sbocciare a destra e a sinistra vasti complessi residenziali. Per circa un miglio, davanti agli occhi distratti della signora Munt, passò una serie di case dai tetti di tegole o di ardesia, una serie interrotta a un certo punto da sei tumuli danesi, che si ergevano, l’uno accanto all’altro, lungo lo stradone: tombe di soldati. Al di là di questi tumuli si infittivano le abitazioni, e il treno andò a fermarsi in mezzo a un groviglio che era quasi una città.


Di Romina

PETALI DI ROSE

Poesie, brani, sintesi e frammenti: piccole suggestioni letterarie per gli appassionati.

Trascorrono i giorni

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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (di Robert L. Stevenson)

Era una notte bella e senza pioggia, l'aria sapeva di gelo, le strade erano pulite come il pavimento di una sala da ballo; le lampade che nessun vento faceva ondeggiare formavano sul selciato un disegno regolare di luci e di ombre.

La lupa (di Giovanni Verga)

Al villaggio la chiamavano "La lupa" perché non era sazia giammai - di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell'andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figlioli e i loro mariti in un batter d'occhio, con la sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonna solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all'altare di Santa Agrippina.

Jane Eyre (di Charlotte Brontë)

Mi trovavo a un miglio da Thornfield, lungo un sentiero conosciuto, d'estate, per le sue rose canine, in autunno per le nocciuole e le more; anche adesso spiccavano le bacche delle rose e del biancospino, color del corallo, ma il maggior piacere durante l'inverno consisteva nella sua assoluta solitudine e nella sua spoglia tranquillità. Se spirava un alito di vento, lì non si udiva alcun fruscìo perché non c'erano agrifogli né sempreverdi, e i nudi biancospini e i cespugli di nocciuoli erano fermi come i ciottoli bianchi e consumati che si ammucchiavano in mezzo al sentiero.